Zonzolando da Regnano a Passo Tea

Huka, il cucciolo di maremmano, trotterella felice davanti a me. Che poi chiamarlo cucciolo fa strano, trenta chili di peso e circa cinquanta centimetri di altezza, sembra tutto tranne che piccolo. Ma a ben vedere piccolo lo è davvero e lo si nota soprattutto per il modo stonato in cui si muove e per i momenti di paura che lo colgono quando rumori non conosciuti raggiungono le sue orecchie.

Stiamo percorrendo la Via del Volto Santo, la parte che da Regnano porta al passo Tea. Antica via di comunicazione, una delle tante che avvolgevano l’antico borgo, permetteva di collegare la Lunigiana alla Garfagnana agevolando non solo un flusso di pellegrini che rendevano omaggio a Volto Santo di Lucca ma un traffico di merci e persone che hanno reso le due regioni importanti nodi viari dell’intera viabilità antica e medievale.

Per molti anni possedimento del vescovo conte di Luni, Regnano ha da sempre goduto di un occhio di riguardo da parte del potere politico della Lunigiana e della Garfagnana; un antico detto sottolinea questo aspetto recitando “Chi governa su Pontremoli e Regnana è signore di Lunigiana” indicando per prima la città nominata porta della Toscana e poi Regnano, incrocio di molte mulattiere che univano la zona con il passo dell’Ospedalaccio (oggi Passo del Cerreto), con Pontremoli e Parma e probabilmente con Luni, sede vescovile.

I resti della mulattiera sono ancora ricchi di fascino, nonostante i decenni di mancata manutenzione, con muretti franati e parti di pavimentazione completamente scomparsa, abbiano reso non sempre facile seguirne il percorso originale. Un proiettarmi lontano nel tempo, sensazione ancor più accesa dalla solitudine, ad eccezione di Huka, dei miei passi. Una sensazione di serenità e di tranquillità che riesco a percepire spesso in queste situazioni.
Il mormorio di un torrente si fa sempre più vociare man mano che i miei passi salgono verso l’alto fino a quando, dietro una breve svolta, il corso d’acqua si palesa, impetuoso e imbizzarrito nella sua discesa a valle. All’incirca un metro di larghezza al momento d’incrociare il sentiero crea una piccola pozza e un gioco di cascate che mi inducono a fermarmi per osservarle meglio. Ed è proprio durante questa mia attività che scorgo sulla sinistra, appena fuori dal sentiero, un masso, squadrato e a forma di parallelepipedo. Spezzato e lavorato dagli agenti atmosferici e dal tempo, attrae il mio sguardo. Non è una forma naturale e da un esame più attento scopro che si tratta di un cippo con incisa sulla faccia rivolta a monte la data “1838” e sopra, nella parte rimante, una abbozzo di figura che è impossibile riconoscere.

regnano_1 (bozzetto – da pessimo disegnatore – del luogo del ritrovamento)

Una testimonianza del passato, sopravvissuta fino a noi, che sottolinea come il percorso fosse frequentato e sfruttato e di come i corsi d’acqua, seppur di misera portata, fossero considerati luoghi da rispettare e a cui tributare attenzioni. Posizione che lo rende invisibile a chi non osserva attentamente ma che rende ancor più piacevole la sua scoperta. Un momento inteso che vivo come se avessi scoperto qualche antichissimo reperto, unico ad aver accesso a quel ricordo del passato e per questo fortunato e inarrivabile. Sono piccole sensazioni e momenti di trionfo, per quanto questa parola stoni con la pochezza del ritrovamento, certamente noto e conosciuto agli abitanti di Regnano, ma che rendono l’idea di come mi sento.

Proseguo sul sentiero ben visibile nonostante sia ricoperto da una folta vegetazione. Faccio del mio meglio per pulirlo e renderlo ancor più marcato in modo che i futuri pellegrini possano percorrerlo con maggior sicurezza e senza fastidi. La strada comincia a salire sempre immersa nel bosco e i molti alberi rendono difficile godere della visuale sulla valle sottostante.

Non ci impiego moltissimo e dopo l’ultimo strappo, con una leggere salita, sbuco al passo di Tea. Sulla mia destra ad un centinaio di metri di distanza riposa l’antico hospitale, da qualche anno riportato alla luce e visibile grazia da una passerella che lo circonda e dove, grazie a pannelli informativi sapientemente installati, è possibile ricostruirne la costruzione ed immergersi ancor di più nel passato.
L’escursione, andata e ritorno, non dura più di tre ore. Il sentiero è ben visibile e ben tracciato ma è indispensabile affrontarlo con la giusta preparazione e con gli strumenti adatti. Scarponcini da trekking obbligatori e bastoncini, per chi li usa, fondamentali.

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