A zonzo con le sneakers

Sneakers, ormai scarpe da ginnastica non lo dice più nessuno, infilate. Indosso un paio di jeans, quelli della festa, camicia e cardigan, con le toppe ai gomiti, che ora van di moda. Prendo la giacca, ma poi immaginando di aver caldo, è dicembre si ma le temperature non sembrano crederlo, opto per un piumino senza maniche. Perfetto! Sono pronto per uscire.

Peccato non sia invitato né ad una cena né ad un aperitivo ma stia per andare a zonzo per i boschi dietro casa dove abitano i miei genitori. Mi rendo conto di non avere l’abbigliamento adatto, non lo è proprio, ma non ho altro da mettermi. Dovrei rinunciare, so di non essere attrezzato, soprattutto con le calzature non adatte, ma ho troppa voglia di farmi una passeggiata per cui alla fine esco lo stesso.

Scendo le scale di casa dei miei, a Rometta, frazione del comune di Fivizzano e mi dirigo verso la piazza del paese, passo a fianco della chiesa, sulle cui qualità architettoniche sorvolo imbarazzato, e salgo verso il paese vecchio. Quasi del tutto ristrutturato, con la torre nobiliare e la chiesa “vecchia” il borgo merita una visita da chiunque, anche da chi abbia poca voglia di camminare; le dimensioni ridotte non richiedono un grande sforzo. Al culmine della salita, di fronte alla fontana, invece di dirigermi verso la porta di accesso al borgo, scendo per la strada diritta davanti a me che costeggia un piccolo torrente. Poco più avanti, una ventina di metri, quando il piccolo rivolo d’acqua taglia la strada, lo attraverso salendo per la bella mulattiera che, con una pendenza importante mi porta in pochi minuti sulla bassa collina che si affaccia sull’abitato. Seppur non molto utilizzata la pavimentazione è ancora in larga parte quella originale a al suo fianco corrono muretti a secco che la delimitano, guidano i miei passi. Il sentiero è particolarmente bello e piante di bosso in certi punti si sostituisco ai muretti nell’indicare la traccia. In breve, non più di dieci minuti raggiungo un bivio; invece di proseguire verso la vetta scelgo la mulattiera che curva verso il basso. Mi muovo con cautela, colpa delle calzature. Il terreno è scivoloso e la mia improbabile presa sul terreno non mi permette un passo sicuro.

Nei pressi di una curva mi soffermo a guardare il greto di un ruscello che, dall’alto della collina scorre ripido verso valle. In quel punto una serie i salti formano delle cascate; il più alto, proprio ad altezza occhi, è completato da una cavita; sembra quasi una piccola grotta. Il quadro è davvero impressionante, i minuti scorrono mentre muovendomi nella zona, cerco di trovare un modo di raggiungere il piccolo riparo senza farmi del male. Non ho successo, mi accontenterò, per oggi, di scattare qualche foto.

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Proseguo per il sentiero, non senza un minimo di delusione, per non essermi attrezzato meglio, e poco sotto, sorpresa, scopro un muraglione, alto circa tre metri che sembra sbarrare il torrente. Ed in effetti è proprio così anche se un’apertura centrale permette il defluire, in maniera più controllata, dell’acqua. La solidità e le dimensione dello sbarramento, per un ruscello di quelle dimensioni, mi stupiscono. Così come mi stupisce il luogo di costruzione. E’ evidente che, in inverno pieno, in un periodo di forti precipitazioni il ruscello si ingrossi fino a tracimare gli argini e che, per chi possedeva campi coltivati in questa zona, non era piacevole vederli costantemente allagati.

Quello che spesso si dimentica è che la vita un centinaio di anni fa, ma forse meno, si sviluppava diversamente da come tendiamo ad immaginarla noi. Ecco allora che la mulattiera oggi abbandonata all’incuria, ieri era bene tenuta e pulita. Il bosco, che oggi è tornato padrone, era tenuto pulito e a distanza. La strada era fiancheggiata da campi coltivati dove contadini a tempo pieno riempivano di voci e rumori questa zona che ora è silenziosa e abbandonata.

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Il nostro modo di vivere, così spesso lontano dalla campagna attorno ai borghi, ci ha fatto dimenticare rapidamente il passato. Una delle porte di accesso al borgo di Rometta non guarda verso valle, dove scorre la statale, ma verso monte dove una serie di mulattiere la collegano, seppur non tutte agibili, ai paesi confinanti. Segno inequivocabile che le principali movimentazione erano a mezza costa e non a valle. Le zone, in tutto e per tutto simili a quella attraversata, erano coltivate, costantemente manutenute e pulite. Fonte di sostentamento per molte famiglie.

Per me è emozionate ripercorrere questi luoghi abbandonati, immaginare come potessero essere prima di questa solitudine imposta, posare i piedi in zone non più calcate da tempo, ma al contempo un po’ triste, solo un poco. Stiamo dimenticando tanto, troppo in fretta…

 

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