Feudo di Giovagallo (…)

“Ne lateant dominum vincula servi suj quam affectus gratuitas dominantis et ne alia relata pro alijs que falsarum opinionum seminaria frequentius esse solent negligentem predicent carceratum, ad conspectum Magnificentie vestre presentis oraculj seriem placuit destinare.”.

Inizia così l’Epistotola n.IV che Dante invia al marchese Moroello Malaspina, signore di Giovagallo e grande amico del poeta. Conforto, su questa affermazione, ci viene proprio da questo primo paragrafo, traducibile grossolanamente in “perché non restino nascoste al mio signore né le catene del suo servo, né l’affetto che continua a nutrire verso di lui, fondato su un rapporto volontario, liberamente scelto(..)”[1] nel quale Dante si prodiga nel segnalare la sua condizione di uomo “incatenato” e “carcerato”. Non è pertanto “negligenza” la mancata visita al suo signore e amico ma l’impossibilità dipendente da forze di causa maggiore ad egli non imputabili. E sottolinea inoltre come il loro rapporto fosse frutto di una scelta libera e personale, non dipendente da alcun vincolo e pertanto, aggiungo io, più vero e sincero.

Questa conoscenza, maturata in amicizia, nacque molto probabilmente prima dell’esilio di Dante grazie al comune amico Cino da Pistoia. Naturale che, in un periodo particolarmente difficile della propria vita, il poeta cercasse rifugio verso chi ritenesse un amico verso il quale nutriva “affetto”. Moroello Malaspina era all’epoca signore di un feudo, quello di Giovagallo che, seppur di dimensioni modeste tra quelli malaspiniani in Lunigiana, vantava possedimenti in molte altre parti della penisola come in Val d’Aveto, tra la Liguria e l’Emilia Romagna, in Val Trebbia, nel piacentino e soprattutto in Sardegna.

Può sembrare strano per chi oggi visita i ruderi del castello (Feudo di Giovagallo), contesi dal bosco che fiero ed indomito, anno dopo anno riconquista metri che secoli fa gli furono strappati, immaginare che nel XIII secolo, nelle stanze del castello o della torre, che in parte, incurante della nostra disattenzione, ancora sopravvive, si decidessero le sorti di territori così lontani ma la storia ci racconta proprio questo. Le prime notizie dei Malaspina in Sardegna si ebbero intorno al XII secolo quando Opizzo il Grande fu inviato da Federico I sull’isola per scortare Barisone, giudice di Arborea e futuro “Re di Sardegna”, a Genova. Qualche anno più tardi uno dei figli di Opizzo, Moruello, sostenne Genova nella lotta contro i Pisani per la supremazia in Sardegna con l’idea di ricevere, oltreché un ritorno economico, anche la possibilità di entrare nello scacchiere politico dell’isola.

Da quel periodo in avanti, senza alcun nostro interesse ad entrare nel dettaglio con una cronaca puntuale degli accadimenti, per la quale rimandiamo agli scritti di Alessandro Soddu[2], la famiglia Malaspina ebbe, con alterne fortune, una presenza costante negli accadimenti dell’isola.

A cavallo del 1300, periodo che ci interessa particolarmente, a capo dei possedimenti sardi c’era proprio il nostro Moroello, detto il Giovane, assieme ai cugini Franceschino del feudo di Mulazzo e Tommaso e Opizzo del feudo di Villafranca. Definire in maniera puntuale le zone amministrate non è semplice ma sicuramente i castelli di Bosa e di Osilo, zona nord ovest della Sardegna, erano tra quelle. L’importanza di quei territori viene testimoniata dagli accordi che Giacomo II, re d’Aragona, strinse proprio con i marchesi in vista dell’avventura che questi intraprese in terra Sarda. Troppa l’importanza strategica di Bosa, con il castello ed il porto, e di Osilo, con la fortezza a guardia di una vasta area attorno a Sassari per non richiedere atto di vassallaggio. Al termine della trattativa i Malaspina ottennero importanti aiuti che permisero loro di consolidare il potere esercitato.

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Moroello fu al contempo un grandissimo condottiero, “Vapor di Val di Magra” come Dante ebbe a chiamarlo nella Divina Commedia, che si destreggiò sempre egregiamente sui cambi di battaglia riportando vittore prestigiose che gli valsero titoli e onori come nel 1297 che al comando delle truppe bolognesi fronteggiò Azzo d’Este e l’anno successivo venne nominato podestà di Bologna oppure come nel 1302, quando combatté varie battaglie tra le quali si ricordano quella al campo Piceno, contro i guelfi bianchi e la resa di Serravalle Pistoiese.

È questa memoria che, passeggiando tra i ruderi del castello, rende il luogo ricco di fascino e di interesse. Tra queste pareti, quelle poche che restano, cavalieri e soldati di rientro da furiose e sanguinose battaglie riposarono e si curarono le ferite. Dante passeggiò e intrattenne Alagia Fieschi, la consorte di Moroello, figlia di Nicolò Fieschi, fratello di quell’Adriano V che il poeta relega nella quinta cornice del Purgatorio tra gli avari e i prodighi (seppur successivamente Dante fece ammenda di questo “errore” rettificando in una epistola) e che non si sottrasse da elogiarla “buona da se” nella Divina Commedia (XIX Canto del Purgatorio). Il marchese, circondato da cortigiani e lacchè, con l’appoggio dei cugini definì la politica marchionale e pianificò future battaglie.

In Lunigiana sono molti i luoghi in cui la storia è stata scritta, tanti i castelli ancora in ottimo stato e visitabili. Giovagallo, seppur in uno stato di abbandono (che potrebbe terminare a breve…), merita un primissimo posto, per quanto detto e per la bellezza del luogo, tra le escursioni “da fare”.

 

 

[1] Enrico Fenzi, Ancora sulla Epistola a Maroello e sulla “montanina” di Dante (Rime, 15), TENZONE, 2003 n.4, pp.43-84

[2] Alessandro Soddu, I Malaspina e la Sardegna. Documenti e testi dei secoli XII – XIV, CUEC Editrice, Cagliari 2005

 

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