Tana che Urla

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PEEEE…PEEEE…!!

La sveglia suona presto, davvero presto ma poco importa. Sono sveglio da ore. Ci sono notti in cui non dormo seppur la stanchezza sia molta e la mente richieda riposo. Lo zaino è pronto da ieri sera, fatto a caso, senza molta attenzione. Speriamo di aver messo tutto il necessario per la speleogita di oggi.

Mi alzo e sono pronto in pochi minuti; previdente avevo preparato il vestiario. Una rapida colazione, sempre in piedi e di corsa; nemmeno dovrei dirlo visto che dovrebbe essere consumata con calma e soprattutto in buona quantità. Mi rifarò al bar dove è fissato l’appuntamento. Il viaggio in macchina è lungo, circa un’ora e trenta per arrivare a Gallicano (LU). Ho così il tempo di realizzare di aver dimenticato il cappello da mettere sotto il caschetto ed i guanti. Di questi già sapevo e me ne preoccupo meno. Sono il primo a parcheggiare davanti al bar pasticceria l’Orso Goloso, oppure è il Gallo Goloso? O qualche altro animale, sempre goloso, di cui non ricordo…

Sono comuque il primo dei partecipanti e ho tutto il tempo per fare colazione e prendere una focaccia per il pranzo; avevo dimenticato pure quello. Ma non l’acqua, quella l’ho portata! Nel frattempo arrivano altri avventurosi aspiranti speleo; li riconosco perché si guardano attorno cercando di capire quali siano gli organizzatori della giornata e perché qualcuno di loro sfoggia guanti da cucina, consigliati come alternativa ai guanti da muratore. Mi avvicino, giusto per farmi un’idea delle persone con le quali passerò qualche ora in grotta e poco dopo arrivano Stefano e Laura, organizzatori della giornata.
Appello, come nelle gite delle superiori, e poi preparazione delle macchine e qui, l’italica disorganizzazione esplode in tutto il suo splendore. Poco male! Alla fine si parte per salire alla Tana che Urla, meta della giornata.

Si sale a Fornovolasco (LU), paese conosciuto in epoca moderna per la Grotta del Vento mentre nel passato lo era soprattutto per l’estrazione e lavorazione del ferro. Qui infatti sono presenti decine di cave dal quale il minerale veniva estratto. Di quest’argomento me ne riparlerà più avanti un istruttore, Gino mi pare si chiami. Ma andiamo con ordine. Si passa il paese e si prosegue direzione Grotte del Vento per fermarsi ad un tornante poco prima sulla sinistra. Ci siamo tutti, esperti istruttori e appassionati, per cui inizia la vestizione: imbrago e caschetto per tutti. Sembra facile ma mettere l’imbrago se non lo si ha mai fatto non è cosa semplice. Già scegliere il dritto ed il rovescio richiede una certa dose di fortuna e attenzione, allargare cinghie e lacci per poi, una volta ancorato il moschettone, stringerli nuovamente, necessita di esperta manualità ed invidiabile pazienza. Siamo un bel gruppo e nella tana è meglio, per non sostare molto tempo in attesa di attraversare parete orizzontale e cascata, entrare in gruppi di dieci-dodici persone. Io rimango nel gruppo finale così, in attesa del nostro turno ci spostiamo appena a valle dell’entrata su uno spiazzo assolato, dove scaldarci e parlare di speleologia.

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Ed è qui che Gino, spero davvero si chiami così, mi racconta di come l’intera zona è punteggiata di antiche cave estrattive e molte delle costruzioni in sasso, sparse qua e là nel fianco della montagna, sono antiche ferriere dove si produceva ferro. Della mappatura di queste cave si è occupata l’associazione Buffardello Team di Gallicano, con la collaborazione dello Speleoclub Garfagnana, proprio i ragazzi nostri istruttori, grazie alla quale oggi sono censite molte di queste antiche unità estrattive, dalla quale, vista la pericolosità è meglio tenersi alla larga, che permettono di conoscere un pezzo della storia di Fornovolasco e del territorio limitrofo. Sembra probabile siano stati un gruppo di minatori della zona di Bergamo e di Brescia a migliorare e “industrializzare”, ma questo termine segnala un’azione troppo importante per rappresentare quel tipo di attività estrattiva, anche se queste miniere erano ben note e sfruttate fin dall’antichità.

Una storia interessante e ricca di contenuti, da approfondire ed indagare grazie alla quale il tempo di attesa passa rapidamente.

Un urlo e un fischio di richiamo ci segnalano che possiamo entrare. Si parte, l’esplorazione ha inizio!

Accediamo alla buca ma non prima di aver ascoltato la leggenda del minatore e della fata, storia nella quale si racconta di come un giovane minatore passando davanti alla cavità vide una bellissima fanciulla di bianco vestita, una fata, della quale si innamorò perdutamente. Non riuscendo a seguirla si strusse d’amore fintantochè una sera scoprì la fata mentre, impietosita, poneva delle erbe che avrebbero allievato i dolori del giovane. La inseguì all’interno della tana, nonostante i tentativi della fanciulla di dissuaderlo, scomparendo per sempre nelle viscere del monte.

Con la predisposizione d’animo giusta e confortati dalla presenza di eventuali fate benigne intenzionate ad aiutarci all’abbisogna, entriamo. Qualche metro in posizione eretta e poi, dopo aver scavalcato un masso, ci si mette a cavalcioni per percorre un basso tunnel bagnato al termine del quale si entra in un ampio salone di inafferrabile bellezza. Leggendo o scrivendo si fatica a percepire la penombra nella quale ci si muove visitando una grotta non turistica, delle forme e dei colori che perdono dettagli e nitidezza. L’ambiente assume toni più sfumati, affascinanti e misteriosi. La sola luce dei caschetti permette di vedere dove appoggiare i nostri piedi e basta spegnerla, affidandoci a quelle dei nostri compagni per vedere il buio avanzare verso di noi. Rimanendo all’ultimo posto e voltandoci indietro ci si rende davvero conto di quanto sia buio, un nero quasi vivo, pulsante e ricco di significati. Un buio portatore di mistero e bellezze da scoprire, in alcuni casi porto sicuro nel quale rifugiarsi in altre fomentatore di paure radicate e ancestrali.

Al termine del grande salone ci attende la prima fatica. Un fiume d’acqua scorre alla nostra sinistra riempiendo la sala di un rumore assordante che rende difficilissima qualsiasi conversazione. Non possiamo risalirlo per cui il percorso ci porta a superarlo percorrendo un breve tratto sospesi sulla parete attaccati a corde orizzontali. Il tutto con la massima sicurezza.

Subito dopo, nemmeno il tempo di riprenderci dall’attività e una bellissima cascata attende di essere scalata. Una scaletta di ferro posizionata dai nostri custodi ed una corda di sicurezza attaccata all’imbrago ci permetteranno di attraversare anche quell’ostacolo. La costante presenza dell’acqua, puntuale nelle grotte carsiche come questa, rende il procedere una continua ricerca dell’appoggio migliore per non bagnarsi. Ogni parte del corpo è impegnata, ogni muscolo, anche quelli fino ad ora sconosciuti, sono protesi verso questa attività. Probabilmente decidere di bagnarsi, senza alcuna attenzione e senza esitazione, renderebbe più facile spostarsi ma renderebbe il tutto assai più monotono. Il primo obiettivo è arrivare al sifone allagato dove termina la buca, almeno quella percorribile senza essere uno speleo sub. Ed è li che arriviamo per poi, dopo aver, almeno io l’ho fatto, fantasticato su cosa potrebbe esserci al di là di quell’ostacolo, tornare indietro per raggiungere la grotta del silenzio, zona fossile del complesso. Ci si arrampica su una sporgenza sotto la quale eravamo passati nel viaggio di andata e poi, strisciando o quasi, come tanti piccoli vermiciattoli, arriviamo alla sala. Un’enorme apertura in discesa e senza via d’uscita dentro la quale spegniamo tutte le luci e rimaniamo per qualche attimo in silenzio ad ascoltare il respiro della montagna.
Una sensazione indescrivibile!

Il rientro è altrettanto spettacolare dell’andata ed in più ci aspetta la calata dalla cascata. Attività nella quale mi rendo conto non essere granché, ondeggiando come un panno al vento attaccato ad una corda. Orgoglio e amor proprio di superuomo ferito…

Sono gli ultimi metri e mentre ci avviciniamo all’uscita fuori una bellissima giornata ci aspetta. Pensavo di aver trascorso ore nelle viscere della montagna ma mi accorgo che sono passare da poco le 14, nemmeno tre ore dopo il nostro ingresso. È il momento del pranzo, ma prima, visto che siamo completamente zuppi dalla testa ai piedi o almeno io lo sono, ci cambiamo, sparsi nella zona, alla ricerca di una minima privacy, anche se mi pare di capire che tra speleo non sia poi così necessaria, e siamo pronti per scendere al parcheggio. Impressioni ed emozioni si susseguono durante la discesa; ognuno ha negli occhi i momenti appena vissuti, le immagini indelebili associate a scorci impagabili; lo scorrere incessante del torrente, illuminato nei pochi attimi dal nostro passaggio per poi tornare a muoversi al buio. Le gocce d’acqua in lenta caduta dalle stalattiti, gli strani disegni di queste in coppia con le stalagmiti.

Di questo parliamo ma a volte è il nostro silenzio e gli occhi sfocati persi nei ricordi di quanto vissuto a parlare per noi…

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