Ricordi

– Guardate se il nonno sta arrivando, è quasi ora…! –

Le parole della nonna spingevano me e mia sorella ad uscire di corsa in terrazza per guardare la strada lontana alla ricerca di un piccolo pallino arancione. L’Ape Piaggio con la quale il nonno andava a lavorare. Appena scorta cominciavamo a correre

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velocemente per raggiungere la cima del paese dove la strada comunale da Posara proseguiva per Agnino. Lì aspettavamo il suo arrivo. Il nonno si fermava, ci faceva salire sul cassone e dopo aver verificato fossimo ben seduti e attenti ripartiva pian piano. A volte, se eravamo rapidi a salire proseguivamo per la strada senza aspettarlo ad inizio discesa. In questo modo rendevamo il ritorno molto più lungo, almeno ai nostri occhi di bambini, e assai più entusiasmante. La salita, fatta di corsa, non era uno scherzo e metteva a dura prova la nostra resistenza. La voglia di quel diversivo era talmente tanta che non importava se arrivati eravamo piegati sulle ginocchia, con il fiatone ed il cuore impazzito nel petto. L’importante era arrivare in tempo per scendere su quel destriero di ferro con il vento a scompigliarci i capelli e la sensazione di velocità ad inebriarci.

Era il rito quotidiano nelle giornate estiva passate dai nonni. Lo spartiacque tra le mattine sonnolente ed i pomeriggi fatti di lunghe passeggiate nei boschi, giochi nell’aia e annaffiature degli orti, quello piccolo sotto casa e quello più grande in fondo al paese. Appuntamenti quotidiani, magari un po’ noiosi e ripetitivi ma sempre in grado di farci divertire. Chiacchiere, litigi, giochi e corse, tutte in discesa, con il piccolo carrettino, la parte bassa di una vecchia carrozzella, con l’unico freno consumato dal tanto uso. Litigi a volte, e poi di nuovo chiacchiere e giochi. Essere fratello e sorella e non o fratelli o sorelle non aiutava certo la scelta dei giochi ma, alla fine, qualcosa da fare si trovava sempre. E poi c’era sempre la nonna che qualche impegno lo trovava sempre. Un rito assolto con la costante presenza e complicità di mia sorella. A ben vedere non ricordo, non c’è mai stato direi, di aver passato un giorno di vacanza dai nonni senza mia sorella. Più piccolo, più mammone e tutto sommato più noioso e complessato, anche se mai lo ammetterei in sua presenza, trovavo nella sua presenza una tranquillità e una sicurezza in grado di aiutarmi nei momenti in cui mi sentivo triste e lontano da casa. Momenti in cui, soprattutto con il sopraggiungere della notte, si facevano consistenti e pressanti trasformando, a volte, la mia tristezza in vere e proprie ansie e paure. La notte dava libero sfogo alla mia fervida fantasia popolando la casa, la terrazza e l’aia – con la luce del sole zone di gioco e di avventure – in posti oscuri, pieni di pericoli e mostri. Seppur  dormissimo tutti assieme nella grande stanza da letto, nel momento in cui la fiaba terminava e le parole tacevano, i mostri cominciavano a muoversi. Ed allora ogni scricchiolio, ogni rumore, ogni sussurro del vento diventavano mostri cattivi da temere. Fermo nel letto immaginavo si fossero intrufolati in casa e passo dopo passo, senza farsi sentire dagli adulti, si avvicinassero alla stanza da letto per esigere il loro tributo di sangue e anime.

Nonostante questi momenti di puro terrore, grazie a mia sorella, le giornate passate a Canneto, piccolissima frazione del comune di Fivizzano sono tra i più bei ricordi della mia infanzia. All’epoca, esclusa qualche famiglia di villeggianti, vi abitavano forse meno di dieci persone e oggi credo siano ancora meno. Strutturato in maniera strana vede il principale agglomerato di case sotto strada, lungo una stradina in discesa mentre la chiesa e la canonica – con tanto di casa colonica utilizzata credo per qualche anno –  si trovano sopra strada lungo una salita che conduce al cimitero. Nessuna piazza o ritrovo pubblico, rendevano difficile gli incontri. Per questo mia nonna andava spesso a trovare una signora che viveva poco prima della chiesa. Noi la seguivamo, un modo diverso di impegnare il tempo. Non era divertente, quello no, ma durante le lunghe giornate estive i momenti di noia non mancavano.

Ricordi e ancora ricordi. Mentre scrivo rischio di esserne travolto.

Ma se scrivo è perché ho deciso, dopo anni che non lo faccio, di tornare a Canneto. Di fare una passeggiata tra le case e tra i sentieri nei campi. Un tuffo nel passato di cui sento la necessità. Una sana nuotata nella malinconia, in quella malinconia in cui sempre più spesso sono solito perdermi.

Salgo a Canneto un sabato pomeriggio con un tempo da lupi. Il vento spazza incessante le piane spostando rami di olivi lasciati a terra dopo la potatura come se fossero semplici foglie. Un cielo grigio ed uniforme rende piatta e monocromatica la luce. Eppure, almeno ai miei occhi, questo clima ha il suo fascino e non mi dispiace camminare in queste giornate. Ripercorrere, dopo anni, quella stretta stradina comunale, tutta curve, riporta alla mente tempo di una vita passata. E di per sé è già un viaggio nella memoria; le curve si susseguono con una sequenza che la mia mente non dimentica, poi l’unico rettilineo nel quale, con un po’ di rischio si poteva superare – ora la strada dissestata e in un pezzo transennata lo impedisce – e poi la salita prima dell’arrivo in piano al cartello di benvenuto. Potrei tracciare la strada su un pezzo di carta ad occhi chiusi senza sbagliare nulla tanto le mie cellule hanno memorizzato ogni cosa.

Parcheggio nel piccolo spiazzo prima della discesa che conduce alla vecchia casa dei miei nonni. Non è ancora il momento di visitare il paese. Ritorno sui mei passi percorrendo a ritroso la strada comunale fino a quando non incrocio una piccola colonna con sopra una incisione in marmo. Sono “Al Santo” e qua sopra c’erano alcuni filari di vigna dei nonni. Percorro la stretta mulattiera, bella ed ancora ben visibile nonostante incuria ed abbandono. Non riesco da identificare la zona dove raccoglievamo l’uva ma non ha molta importanza. Tutte le piane sono ricoperte da una fitta vegetazione, nessuno si prende più cura di questi campi. Della vigna nemmeno l’ombra. Proseguo in salita; niente di faticoso ed in breve tempo mi trovo di fronte al minuscolo cimitero della frazione. Poche tombe ed una minuscola cappella formano il complesso; il posto è molto bello, ho sempre pensato possa essere un bel luogo dove riposare in eterno. Non mi attardo e proseguo per il sentiero, ora una bella strada bianca, verso la cima del monte. Proseguendo a destra arriverei al piccolo abitato di Virolo mentre proseguendo a sinistra arriverei ad Agnino. Non ho intenzione di arrivare in nessuno dei due luoghi, solo girare qui attorno alla ricerca di ricordi e sensazioni. Ed eccoli arrivare, puntuali e precisi, come se le avessi evocati e portare il caldo di pomeriggi primaverili. La nonna ci guida qualche passo più avanti sulla stradina verso il cimitero mentre io e mia sorella ci attardiamo parlottando e giocando a chissà cosa. Poco prima del nostro arrivo, sulla destra un bel laghetto riempi la piana con le sue acque immobili e scure. È la nostra meta preferita, possiamo vedere le rane ed i girini, possiamo cercare di prenderne qualcuno e portarlo a casa in un barattolo sperando si trasformi nella notte in una piccola ranocchia. Possiamo giocare ed inventare storie di guerre, di cavalieri e di principesse. Ma i dettagli, quelli che le rendevano ogni volta uniche e fantastiche si perdono negli angoli della mia memoria e non li ricordo più.

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Nel frattempo, con un giro lungo e complicato da una strada diventata quasi impraticabile da rovi e piante cresciute senza regola, ritorno alla chiesa dedicata a San Colombano. Antica cella benedettina Canneto fu dipendente della Pievi di Soliera e nel 1584 venne unita alla parrocchia di Antigo, la quale nel 1700 circa venne fusa definitivamente con quella di Canneto. La porta è chiusa, non riuscirò a visitare, ed è un vero peccato, il suo interno. Scendo alla macchina e poi proseguo verso il fondo del paese. Ogni passo porta con sé qualcosa di conosciuto.

La piana, a fianco della strada dove spesso finiva il pallone, il cancello dietro il quale vedevo un pezzo di paese inavvicinabile e lontano. Un angolo da esplorare rimasto sconosciuto. La fontana vicino a casa dei nonni, dove partiva la corsa del mio carrettino ed infine la casa, oggi ristrutturata, con la cantina ed il forno. Non so raccontare le tante sensazioni che mi assalgono, i rumori e le immagini che si sovrappongono. Sono così tanti, così forti da inchiodarmi sul posto. Su quell’enorme terrazza giocavo, con una corda ed una grossa calamita, a recuperare gli oggetti di ferro caduti su tetto del piccolo riparo per l’Ape Piaggio. Un vero e proprio assalto, dicevo, a cui non so sottrarmi, o forse non voglio.

Un tuffo nella mia infanzia e nei momenti spensierati legata ad essi. Sto sorridendo e allo stesso tempo mi sento triste e vuoto. Bello sarebbe poter tornare, anche solo per qualche ora, a quelle infinite giornate di sole, ascoltare le voci e vedere i nonni al lavoro. Bello…

 

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