Camporaghena…

– Domani: tappa da Aulla a Sarzana?
– No, dai! Non ho voglia di tornare in treno…
– Allora penso ad un’alternativa! –
– Bene, dai. Fammi sapere! –

– Zona di Aiola, visita all’Eremo di S. Giorgio e poi Vinca?
– Già fatta! Bella, molto bella ma ci sono stato poche settimane fa!
– Mi hai rottooo!!! Quando ti vedo ti suono come un tamburo – è Flavio che mi scrive quelle parole, ormai stanco dei miei no alle sue proposte. Poi, da persona brava e buona, soprattutto per essere stato rapito dagli alieni, trova una bellissima zona che da tempo volevo camminare e visitare.
– Allora, Bottignana, Camporaghena e Torsana. Andata e ritorno.
– Bravo! Sapevo saresti riuscito a stupirmi ancora una volta.

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Ed in effetti andrà proprio così. Si rivelerà, ormai non dovrebbe più stupirmi, una bellissima escursione ricca di spunti e di luoghi a dir poco unici.

Flavio non è mai stato rapito dagli alieni o per lo meno non ha memoria sia accaduto. Ci tengo a precisarlo nel caso qualcuno, leggendolo, lo abbia creduto. Questa affermazione è uscita nei prati sotto il Monte Marinella quando, passando a fianco di ampie buche nel terreno, ha raccontato di come, da piccolo, pensasse a queste come a buchi meteoritici. Da quel momento, e come spesso succede quando in gruppo si affrontano certi argomenti, ognuno ha abbellito quel ricordo immaginando Flavio rapito dagli alieni, poi rilasciato e ricondotto sulla terra. Particolari e dettagli si sono sprecati cosi come le risate e le battute.

Partiamo in quattro, io e Simone, Flavio e Veronica. L’immancabile Zorro corre, annusa ed insegue con un’inesauribile forza. Lasciamo la macchina a Bottignana, frazione del comune di Fivizzano, per proseguire a piedi lungo una strada bianca che conduce, seguendo il ramo destro a Sassalbo e a Comano seguendone il sinistro. La giornata soleggiata e calda, con solo qualche folata di vento freddo a disturbare, promette bene. Flavio guida con passo sicuro, come al solito, e con la voglia di raccontare. Mostra sentieri e luoghi, racconta di escursioni passate, immagina alternative e nuovi percorsi da affrontare. Un entusiasmo ed una solarità invidiabili.

– Qua sopra c’è il lago rosso… – dice. Ma forse è Veronica ad affermarlo.
– Come mai Rosso?
– Rosso per via di alcune alghe che in estate gli danno quel colore – risponde.

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Ed io, a quelle parole, ritorno con la mente ad un altro incontro durante il quale mi parlarono di un altro lago colorato di rosso da alcune alghe. Quelle parole furono pronunciate dal dott. Pasquali e finirono nel mio libro “La Via Francigena di Montagna”. Le riporto qua per completezza e perché le sue parole contengono molte affermazioni vere e condivisibili:

“Quanto penso abbia completamente dimenticato la domanda, con voce un po’ roca mi risponde
–  Camminare è godere dei silenzi, dell’ambiente ancora “primitivo” che in molti casi ci accompagna, della natura che se pur maltrattata sa ancora stupirci.
Ascolto la sua voce, quasi rotta dall’emozione. Continua:
– Camminare è vedere la brina sulle piante, il ghiaccio che avvolge i rami degli alberi, il muschio che incontri nei sentieri esposti a nord. Un torrente dove puoi ancora trovare dei rari endemismi, la neve che ovatta tutto e attutisce i rumori gli animali e dei loro movimenti. – Riporta lo sguardo su di me, allunga le gambe alla ricerca di una posizione più comoda e riprende il discorso da dove lo aveva interrotto:
– Una volta sotto una montagna stupenda, l’Ama Dablan, in Nepal, deviando dal sentiero che conduce all’Everest, incontrammo a quattro mila metri, un laghetto sulle cui rive apparivano tutte delle sfumature rosse, stupendo!
In seguito scoprii che si trattava dell’unico o il secondo luogo al mondo dove vive questo microrganismo di non ricordo ora il nome ma scoperto dagli italiani, che colora le acque di rosso. È un microorganismo in gradi di indicare purezza dell’aria e delle acque. –“

La presenza di un lago, un piccolo specchio d’acqua in effetti, con le stesse caratteristiche riscontrabili sulla catena Himalayana mi ricorda, ancora e per l’ennesima volta, l’unicità di questo luoghi. Riuscire a vederlo è di per sè sufficiente a testimoniare la bellezza dell’escursione e, come spesso si dice, se la giornata finisse qua, sarei contento di quanto visto.

Potrei continuare, raccontare delle mulattiere percorse, dei muretti a secco indomiti, caparbi, temerari e nostalgici. Nonostante pochi di coloro che se ne presero cura rimangono in vita, continuano a delimitare una strada, un pezzo di terra, una proprietà. Per questo siamo stati eretti, sembrano dire e per questo rimarremo al nostro posto. Finché anche solo un pezzo di noi rimarrà in piedi, concludono, rimarremo fedeli alla nostra funzione. E poi delle cascate, bellissime e rumorose. Delle vere e proprie sorprese. Senti la loro voce da molto lontano e quando le scorgi rimani stupito dall’altezza, dal getto d’acqua e dal calore e lucentezza dei colori. Dei mulini, uno prima dell’abitato di Camporaghena, prima di Torsana l’altro. Fantasmi del passato capaci di raccontare ancora storia, con la loro presenza, ormai dimenticate. E basta poco per immaginare voci, grida e richiami mentre le castagne si trasformavano in farina. C’erano vita ed attività, eccome se c’erano. A queste altitudini si viaggiava e si commerciava, si coltivavano i campi e si portavano le bestie al pascolo. E poi potrei parlare di Camporaghena e di Torsana, ricche di storia, di ricordi e di pietre. Potrei ripercorrerne il passato alla ricerca di qualche aspetto interessante, lo troverei, ne sono certo.

Preferisco parlare di chi in questi borghi vive oggi, sfidando le logiche comuni che spingono ad andarsene. Preferisco parlare di chi in questi borghi torna a vivere, perché originario o perché se ne è innamorato. E proprio così farò, vi parlerò di una persona di cui nemmeno conosco il nome ma che, proprio come immaginavo, è arrivato a Camporaghena perché l’ha trovata bellissima. A lui, e a quelli come lui va tutta la mia ammirazione. Ecco com’è andata:

– Buonasera, al lavoro anche oggi? – chiedo al signore appena uscito dal cancello di ferro ai piedi di una lunga scalinata, quelle con gli scalini lunghi e poco profondi. Capelli bianchi, occhiali da vista ed un sorriso luminoso e sincero
– Eh si, si fa quello che si può! –
Toglie i guanti da muratore e ci guarda. Ha voglia di chiacchierare, lo si intuisce dal modo in cui ci osserva. E noi, dal canto nostro, abbiamo voglia di chiedere.
– Quanti siete in paese?
– Stabili circa venti persone. Poi d’estate il paese si ripopola grazie alle persone che tornano per passarvi le vacanze estive –
– Da dove venite? – a sua volta è curioso di capire come siamo capitati in paese.
– Veniamo da Bottignana, siamo saliti passando dal Monte Marinella, siamo andati a Torsana e ora torniamo indietro – rispondiamo
– Il sentiero verso Torsana come lo avete trovato? A volte ci organizziamo per tenerlo pulito. Si parte in gruppo e si cerca di pulire quello che si può, con le nostre energie. Se non facessimo così non rimarrebbe più niente. I sentieri si chiuderebbero tutti, inesorabilmente –
Racconta in modo pacato, con passione ed interesse. Poco dopo intuisco il perché.
– Non sono originario di qua, vengo da Pisa. Mi sono trasferito perché il borgo mi è piaciuto. Degli amici, prima di me, avevano acquistato casa ed io, tramite loro, mi sono innamorato del luogo. Ho comprato questa casa e l’ho ristrutturata – ed indica il portone in ferro dove si è fermato.
– Venite, venite a dare un’occhiata –
Di certo non ci facciamo pregare. Entriamo in questo cortile interno. Sassi ben stuccati, riportati alla luce eliminando l’intonaco che tutto aveva uniformato. In basso le stalle e sopra, al primo piano le abitazioni.
– Ho costruito il pozzo. Sotto la pavimentazione c’è una cisterna di circa tre metri e mezzo di diametro. Raccoglie le acque piovane ed io lo utilizzo per annaffiare l’orto. –
È piacevole ascoltare questa persona di cui non conosciamo neppure il nome. Si respira però la grande passione per la nostra terra e per Camporaghena in particolare. Ed è bello, porta speranza e voglia di impegnare ancora più energie nella voglia di farla conoscere, di ricordarla.
Ancora un’altra domanda, ancora Flavio – Ma nei campi fuori dal paese, quegli spazi delimitati da muretti? Orti o pascoli?
– A ridosso del paese solo orti. I pascoli erano molto più in alto. Orti ma anche semina del grano… –
Ecco dunque la necessità di mulini. Non solo per le castagne ma anche per macinare quei pochi cereali che si riusciva a coltivare.

Bello, davvero molto, ma è ora di tornare.
– Non le rubiamo altro tempo. Lei ha da lavorare e noi dobbiamo rientrare. Abbiamo ancora un bel pezzo di strada –
– Avete ragione. Le piogge hanno fatto crollare un muretto ed io mi sono ritrovato l’orto invaso di pietre. Cerco di ripristinare, per quanto posso, e di risistemare al meglio –

Ci stringiamo la mano e ci salutiamo. Si gira e torna al suo lavoro. Noi sistemiamo meglio gli zaini e partiamo. Un po’ più ricchi, con qualche flebile speranza in più. Se i nostri borghi riusciranno a sopravvivere sarà merito soprattutto di persone così…

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