Qualche passo…

Qualche passo incerto tra pietre grandi la metà di me e rovi fastidiosi. Il torrente, alla mia destra canta nella sua corsa incessante. L’acqua gioca con i sassi, forma pozze e ristagni, si tranquillizza, sembra aver trovato pace, riparte, con un guizzo, per proseguire lungo piccole rapide. La voglia di immergersi è forte. Bastano altri passi per dimenticare le abitazioni appena sopra ed immergersi in un crepuscolo eterno fatto di pace e tranquillità. Lungo il fianco sinistro corre un vecchio sentiero, se ne intravede la forma sinuosa seppur ormai sia completamente ostruita da felci, rovi, arbusti e tronchi caduti. Poco importa mi dico e con l’immancabile pennato – strumento quanto mai utile – comincio a farmi strada. Procedo con molta lentezza occupato a pulire e a trovare appoggi saldi per i piedi. Ogni tanto alzo gli occhi alla ricerca di qualche indizio che possa suggerirmi di essere arrivato. Muretti a secco cominciano ad apparire alla mia sinistra, limiti di campi coltivati orami tornati bosco.
Poco più avanti scorgo un primo segno, poi un altro ed infine quello decisivo grazie al quale capisco di aver incontrato uno dei tanti mulini che raccontano esserci.

Macina
Risalgo un breve tratto di costa per avere una visione del sito dall’alto. Scorgo una macina, dimenticata in un angolo, ricoperta di muschio e foglie. Non ricorda la sua funzione, il perché sia stata costruita ed ora attende, paziente ed indifferente, di essere utilizzata di nuovo o dimenticata per sempre.

Macina
Della costruzione rimane poco, solo qualche muro perimetrale mentre la gora e l’arco dal quale l’acqua passava per alimentare le macine, è ancora ben visibile nonostante l’incuria e alcune pietre cadute. I vecchi del paese ricordano ancora i mulini in funzione, non possono essere passati più di trent’anni dalla loro chiusura ma dallo stato di abbandono potrebbero essere passati secoli.

Proseguo, sono consapevole ce ne sia un altro poco più a valle. Devo farmi spazio, pulire e scavalcare trochi e ammassi di rovi per poi, con un po’ di fortuna trovare spazio in una parte asciutta del greto dove muovermi risulta più agevole. Non mi accorgo immediatamente di cosa ho davanti e solo scorgendo un’ombra più grande delle altre realizzo di essere giunto all’altro mulino. Fantastico, non ho altre parole per definire il luogo e la struttura. Gran parte di essa è ancora in buono stato; mancano gli infissi, ormai ridotti a poche stecche di legno marcio e il tetto, crollato, sotto il peso di alberi caduti.

FullSizeRender
Nonostante il disfacimento e l’abbandono, o forse proprio per questo, il luogo trasuda storia e magia. Le macine, enormi, sono ancora al loro posto. Ritrovo pezzi di una stufa in ferro un po’ ovunque come ovunque sono i segni della presenza quotidiana di uomini e donne. Un mondo dimenticato ma non per questo incapace di raccontare storie, di dare sfogo all’immaginazione. E mentre la sera scende e la luce si fa fioca comincio a raccontarmi una storia: c’era una volta un mulino e una famiglia o forse una famiglia con il proprio mulino…

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