Delle stazioni…

Delle stazioni ferroviarie ricorda la luce, l’immancabile rumore  un tump squillante  dell’aggeggio meccanico utilizzato per convalidare i piccoli biglietti di cartone, la stufa in ghisa nelle sale d’attesa, accesa nelle fredde giornate invernali. Ricorda la chiave in ferro battuto, enorme e pesante. Il capostazione uscivatenendola in mano, uno scettro da usare con cura, la infilavanell’apposita serratura, girava in senso orario e l’ingranaggio emetteva un suono, segno che la manovella per il controllo dei passaggi a livello, poteva essere azionata. Al termine rigirava la chiave in senso antiorario, la estraeva e scompariva nell’ufficio per riporla in un luogo sicuro, magari uno scrigno del tesoro. Un rituale a cui il bambino assisteva ammirato, come se stesse scoprendo un segreto inconfessabile, svelato in quel momento solamente a lui. 
La bandiera rossa inserita nel piccolo pertugio metallico sul marciapiede, unita al trillo della campanella, segnalava infine l’arrivo del treno.
Saluti, abbracci, baci, strette di mano, pianti e sospiri d’attesa. Partenze, arrivi, speranze, spesso delusioni. Un miscuglio di sensazioni, non sempre facilmente codificabili da un bambino. 
Di una cosa era certo però; la stazione era viva, vissuta, respirava attraverso le persone che vi sostavano in attesa di un treno. Un luogo d’incontro, di confine, una porta d’accesso ad una nuova vita, a nuove avventure, oppure una forca caudina, per un amarorifugio. Tutte quelle parole il bambino non le sapeva – le avrebbe capite una volta grande – però le aveva sentite dire da alcuni adulti seduti nella sala d’attesa, sulle panche a listelli orizzontali, lucide dal continuo uso.
La stazione era così viva che nemmeno la più solitaria delle persone poteva sentirsi davvero sola. Nella notte, la luce accesa sopra il portone d’accesso, quello che dava direttamente sulla biglietteria  alla sala d’attesa si arrivava dopo  era un faro, unsegno inequivocabile di vita, di presenza umana, di calore. Un faro da utilizzare per approdare ad un rifugio sicuro, dove chiedere informazioni, riposare, scaldarsi. Non che davvero in molti lo facessero, il bambino non aveva mai visto nessuno farlo, lui quando scendeva la notte non era quasi mai in giro, ma non importava molto. La sola presenza bastava.
Però l’idea che un posto del genere esistesse, dove almeno un adulto fosse presente, ecco, lo confortava, lo faceva sentire meno solo e quando doveva uscire, magari perché la madre gli chiedeva di andare a far compere dell’ultima ora, vedere quella luce lo rasserenava. Passava davanti alla porta, voltava la testa, fissava la luce e poi immaginava il calore all’interno, il tump dell’aggeggio meccanico, il fuoco nella stufa e infine pensava al capostazione, impegnato a lucidare, ne era certo al cento per cento, la magnifica chiave scettro.

Il bambino è cresciuto, ora è un uomo.
Delle stazioni ferroviarie che ricordava non è rimasto nulla; ora sono gusci vuoti, tunnel da imboccare per salire su un treno. Anche la luce, quella non manca, è diversa, fredda, vuota, inutile 

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